Sono un “uomo di numeri”. Me l’ha detto un tizio, qualche tempo fa, dopo che gli ho spiegato cosa faccio per lavoro. Sono un web analyst: analizzo i dati degli utenti che visitano i siti delle aziende. Ovviamente non di tutte le aziende, ma di quelle che sono clienti dell’agenzia di web marketing per la quale faccio questo lavoro. Vi do questa informazione su di me perché, se dovessi dire com’è andato il mio trasloco dai social a Substack in qualità di “uomo di numeri”, se l’azienda che vuole conoscere i dati dei visitatori del suo sito fossi io, be’, avrei buone ragioni per mettermi le mani tra i capelli.
La metrica che prenderei in considerazione è il cosiddetto “tasso di conversione”, questa volta calcolato come il rapporto tra gli iscritti al mio Substack e i miei follower su Instagram, che è l’unico social nel quale ho dato notizia del mio trasloco (l’ho fatto anche su Facebook, è vero, ma se considerassi anche quella piattaforma dovrei strapparmeli, i capelli). Il valore di quella metrica, di quel tasso di conversione, sarebbe impietoso: 2,12%. Solo il 2% dei miei follower Instagram mi ha seguito su Substack, e la maggior parte di loro è composta da persone che conosco – qualcuno di più, qualcun altro di meno – anche offline, amiche e amici che mi hanno seguito per un mix di gentilezza, dimostrazione di supporto e sincero interesse per quello che scrivo. Alcune di queste persone, devo ammetterlo, le ho iscritte io stesso quando ho configurato Substack: a mia discolpa, posso dire che è stata la piattaforma a propormi di farlo. Non esiste, insomma, un modo diverso per descrivere il mio trasloco dai social se non con la parola “Caporetto”. Il mio trasloco è stato una Caporetto.
Allo stesso modo è vero che, se fossi io stesso il mio cliente, non ne parlerei in questi termini: ne andrebbe del mio morale, della mia volontà di continuare a investire nelle piattaforme digitali, quindi, molto prosaicamente, dell’intenzione di continuare a pagarmi. Quello che faccio in casi come questi, quindi, è contestualizzare, è cercare le motivazioni profonde per le quali le cose sono andate come sono andate. E perché non dovrei farlo anche questa volta? Perché non dovrei farlo con il cliente che meno vorrei demoralizzare, cioè me stesso?

Caporetto, oggi. O meglio: Kobarid, cioè Caporetto in sloveno. Carina, vero?
Il rischio che questa sorta di analisi passi per una cosa seria è alto, quindi lo dico fin da subito: non è una cosa seria. Non la definirei nemmeno un’analisi. È solo un modo, se volete un po’ lirico, per raccontarvi che alcune volte nel mio lavoro, quando i dati di un’azienda sono sconfortanti, si dicono cose come “Questa non è la piattaforma giusta per il brand” (mai l’inverso, sempre perché il cliente non deve demoralizzarsi). Ad esempio, un’azienda di abbigliamento spende molto per campagne a pagamento su Facebook, ma quelle campagne generano pochi acquisti? Probabilmente Facebook non è la piattaforma giusta per il brand.
Ecco, siamo arrivati dove volevo portarvi: probabilmente Instagram non era la piattaforma giusta per me. E so che questa tesi sembra un po’ paracula, ma dopo svariati anni su Instagram, molti contenuti pubblicati relativamente ai miei ambiti di interesse, quindi un pubblico che ha avuto tempo e modo di capire se fosse interessato a seguirmi – ne è la dimostrazione il fatto che nel corso degli anni ne ho persi, di follower -, quello che mi viene da pensare è che le mie riflessioni su attualità, politica e società e i miei commenti su dischi e film avevano, nella percezione di chi mi seguiva, lo stesso peso del video dei bicchieri che si avvicinano per il brindisi durante l’ennesimo aperitivo.
E grazie al cazzo, direte voi; ma la mia constatazione non riguarda tanto il peso dei miei contenuti, quanto il peso dei contenuti di tutti gli utenti di Instagram e, più in generale, dei social. Forse sta per arrivare un altro “grazie al cazzo”, ma, se almeno una volta vi siete impegnati a creare un contenuto divulgativo, serio, di qualità, vi siete mai fermati a pensare che quel contenuto, in mezzo a tutti gli altri – e sono tanti, tantissimi, gli altri – è stato con ogni probabilità dimenticato una manciata di secondi dopo la sua fruizione? Non voglio affermare sia un problema in senso assoluto o, peggio ancora, di natura – come dire? – morale; voglio semplicemente constatare con voi il fatto che nei social il rapporto tra il dare – il dare tempo ed energie – e l’avere – l’avere attenzione, perché è l’attenzione degli utenti che stiamo cercando ogni volta che creiamo un contenuto – è pesantemente sbilanciato verso il dare. Poi, certamente, molti contenuti, anche divulgativi, generano risultati notevoli – migliaia di like, centinaia di commenti -, ma quello che voglio sostenere è che quei risultati vengono ottenuti in un mare magnum in cui l’attenzione – quella che ci permette di fruire della maggior parte dei momenti che compongono un contenuto, di elaborare quei momenti, di ricordarne il più possibile – non esiste o è drammaticamente bassa.
Ma questo – e qui, social o non social, vi perdo; oh, come vi perdo – è solo uno dei due motivi per i quali Instagram non è la piattaforma giusta per me. Il pippone, insomma, non è finito, ma sul secondo motivo ho intenzione di limitarmi a una serie di link e di fare un breve commento. Se ne avrete il tempo e la voglia, approfondirete in autonomia.

Foto di Oliver, la mia gatta. Un po’ perché sì, un po’ per alleggerire, un po’ perché da qualche giorno è diventata ufficialmente mia. Ma la sua storia ve la racconto un altro giorno, forse.
Come detto, sarò breve: recentemente Meta ha fatto due dichiarazioni importanti. La prima è che abolirà il suo programma di fact checking: se non sapete cos’è, è spiegato in questo articolo del Post. La seconda è che interromperà i suoi programmi interni di diversità e inclusione, e anche in questo caso c’è un articolo del Post che ne parla.
Ora, ognuno di noi, con livelli di competenza diversi, può pensare tutto quello che vuole sui programmi di fact checking e di diversità e inclusione. Per esempio riguardo ai primi, ai programmi di fact checking, questo articolo di Nate Silver non ne parla in maniera particolarmente entusiastica. Se, però, andiamo a leggere questo articolo di Maurizio Mascitti per Appunti, il Substack di Stefano Feltri, ma soprattutto quest’altro articolo di Stefano Zagni, sempre per il Substack di Feltri, incontriamo un punto di vista molto diverso. Lo stesso si potrebbe dire per i programmi interni di diversità e inclusione: un report della stessa Meta mostra risultati positivi a seguito dell’attuazione del programma, ma un articolo del New York Times sostiene che i corsi organizzati da Meta fossero addirittura controproducenti.
Qui mi interessa poco capire se ha più ragione Nate Silver o Maurizio Mascitti, la Meta di quel report o il New York Times. Qui voglio sottolineare, se non fosse abbastanza evidente, come le recenti decisioni di Meta siano il chiaro tentativo dell’azienda di allinearsi al prossimo presidente degli Stati Uniti Donald Trump, al suo approccio ideologico, un approccio per il quale i fatti non esistono, esistono solo le opinioni urlate più forte del proprio avversario; un approccio per il quale tutto ciò che si allontana, anche di poco, dal conservatorismo e dal patriottismo dev’essere bollato come “politically correct” o “woke”. Il mio problema, quindi, non è Meta, che è un’azienda enorme e come ogni azienda enorme vuole mantenere buoni rapporti con il governo del paese in cui ha sede. Il mio problema è Donald Trump: una piattaforma fortemente condizionata da lui, dalla sua capacità di trasformare in odio tutto ciò che tocca, non è la piattaforma giusta per me.

No caption needed, direi.
Dico sul serio, non ricordo l’ultima volta che ho scritto così tanto e con tanta scorrevolezza. Lo prendo come riprova del fatto che avessi un profondo bisogno di andare oltre gli spazi e i tempi contingentati di Instagram.
In ogni caso quando ho immaginato la struttura da dare a questa newsletter, ho pensato al prossimo blocco come al riassunto delle cose che ho ascoltato, letto e visto durante il “periodo non collegato“, come dicono quelli del mestiere. Vai con la sigla, dunque: è il momento di Cose che.
Cose che
Ho ascoltato
Mi piace dire che ascolto il reggaeton perché la reazione media delle persone è tra l’imbarazzo e lo stupore. In realtà gli artisti in qualche misura catalogabili come reggaeton che ascolto sono due: Rosalía, che nel 2022 ha pubblicato un disco sorprendente come Motomami, ma la sua gran capacità di unire tradizione e innovazione era evidente già nel 2018, l’anno del suo disco precedente, El mal querer; e Bad Bunny, che ho iniziato ad apprezzare nel 2020, con YHLQMDLH, per innamorarmene nel 2022, quando ha pubblicato Un verano sin ti.
Recentemente è uscito il suo nuovo disco, Debì tirar màs fotos, che, a proposito di tradizione e innovazione, porta la tradizione della musica portoricana su basi reggaeton ed elettroniche. Ne ho scritto un commento un po’ più dettagliato su Musicboard, l’altra piattaforma – quella a tema musicale – nella quale mi sono rifugiato dopo essere scappato dai social.
Ho letto
Anzi, sto leggendo. Come non perde mai occasione di ricordarmi mia moglie, quando una cosa comincia a incuriosirmi, la sviscero, ne approfondisco ogni dettaglio, la faccio diventare quasi una ragione di vita. Non poteva non succedere anche con questa nuova sfiducia nei confronti dei social, e il primo passo verso questo rabbit hole è il libro di Antonio Pavolini dal titolo – perfetto, puntualissimo – Stiamo sprecando internet (Pavolini ha anche un Substack che porta lo stesso titolo del libro, potete trovarlo qui).
Ne ho letto la prima trentina di pagine e finora ha fatto un parallelismo interessante tra la colonizzazione degli spazi pubblici da parte delle aziende e la colonizzazione degli spazi digitali, sempre da parte delle aziende e del loro interesse puramente commerciale. Vi faccio sapere come prosegue, nel frattempo l’ho inserito nel mio Goodreads.
Ho visto
Vorrei dirvi che ho visto The apartment di Billy Wilder, che non è niente di meno di un film perfetto, di un capolavoro – ditelo come volete -, ma qualche ora fa ho saputo che è morto David Lynch, quindi, dato che in questo blocco si parla di cose che ho visto, non posso non approfittarne per ricordare a me stesso e raccontare a voi che Lynch è stato, dopo Steven Spielberg, il primo regista a farmi innamorare di queste cose che si vedono e che si chiamano “film”, e che nel caso di Lynch erano solo degli espedienti per mostrare quanto può far paura il male, quanto può far viaggiare un sogno.
Probabilmente avete già visto almeno un suo film, ma se così non fosse la mente mi dice di suggerirvi Eraserhead, che trovate a noleggio su Amazon Prime Video a 2,90€, mentre il cuore mi dice di suggerirvi il primo episodio di Twin Peaks, che trovate su Paramount+, magari approfittando del periodo d’uso gratuito di 7 giorni.

“But who is the dreamer?”, chiede subito dopo il personaggio interpretato da Lynch in quella che è la notevole terza stagione di Twin Peaks.
Fine. Ci sentiamo quando avrò qualcosa da dire (questa volta ne avevo, di cose da dire, eh?): potrebbe essere domani, potrebbe non essere mai più. Ciao!
