page title icon Ethel Cain, il costante ricatto dello scherzo e le cavie di Elon Musk

Recentemente il mio amico Matteo – che tra l’altro è iscritto al mio Substack. Ciao Matteo! – mi ha detto che stava aspettando con una certa ansia l’uscita del nuovo disco di Ethel Cain. Io non conoscevo Ethel Cain, quindi, come cerco di fare ogni volta che un’artista che non conosco mi viene consigliata da una persona fidata, ho ascoltato quello che era il suo ultimo disco, Preacher’s daughter, e a un ascolto non particolarmente attento non mi ha detto granché. Sempre per raccontarvi come mi approccio di solito alla musica, parlo di “ascolto non particolarmente attento” perché la maggior parte delle volte ascolto la musica mentre lavoro, quindi la probabilità che io torni su un disco dipende dalla capacità di quel disco di spiccare, di attirare la mia attenzione nonostante io l’abbia relegato al sottofondo.

Messa così, sembra che io sia una sorta di prima donna che attende solo di farsi sedurre dalla musica, ma non volevo affatto dire questo. Più semplicemente il tempo a mia disposizione è poco e, se voglio continuare a coltivare una delle mie principali passioni – per l’appunto, la musica -, sono costretto a fare così. Poi, certamente, ci sono artisti per i quali la soglia di attenzione è più alta perché anche il mio apprezzamento nei loro confronti è più alto o perché voglio recensire i loro dischi – e qui c’entra sempre Matteo e il suo progetto bva; sicuramente non se l’aspettava, Matteo, di essere così tanto citato nella mia newsletter -, ma in questi casi il modus operandi cambia e il contesto diventa quello della palestra – contesto in cui, soprattutto grazie a un paio di auricolari con eliminazione del rumore ambientale, lascio che il corpo si occupi dell’allenamento e permetto alla mente di farsi assorbire dalla musica.

Ma dicevamo di Ethel Cain. Una ventina di giorni dopo aver ascoltato Preacher’s daughter e non averlo amato, è uscito il suo nuovo disco, Perverts, e il mio profilo Instagram – in quei giorni ero ancora su Instagram – ha cominciato a essere invaso da post e storie che ne parlavano. Quei primi segnali iniziavano a stuzzicare la mia curiosità, ma non erano sufficienti. Ci è voluta la newsletter di Federico Pucci su Substack per farmi dire «Devo dare a Ethel Cain un’altra chance» (a proposito, non ha bisogno del mio endorsement, ma la newsletter di Pucci è la più bella tra quelle che seguo su Substack: parla di musica, ma vi consiglio di seguirla anche se, della musica, non ve ne frega niente. È il suo stile di scrittura a essere intrigante). A quel punto i ruoli si sono invertiti: Matteo mi ha detto che aveva ascoltato Perverts, ma non l’aveva convinto, mentre io sono andato in palestra, ho messo gli auricolari, ho dedicato al disco tutta la mia attenzione e l’ho adorato.

Ora, non vi ho raccontato tutto questo per fare un lunghissimo preludio alla recensione di Perverts, ma per condividere con voi un altro aspetto della newsletter di Pucci su Ethel Cain. In quel numero, infatti, Pucci menziona un post che l’artista ha scritto sul suo Tumblr poco più di un anno fa (sì, Tumblr esiste ancora). Se cliccando su quel link siete atterrati su Reddit e non su Tumblr, è perché il post in questione non è più presente nel profilo di Ethel Cain, ma un utente ne ha fatto degli screenshot e li ha caricati in un subreddit. E cosa emerge da quegli screenshot? Di cosa parlava quel post? È questo, in realtà, il tema di questa newsletter. L’abbiamo presa larghissima, ma – sentite un po’ che spocchioso sono diventato da quando ho abbandonato i social – per prenderla meno larga c’è sempre Instagram. Qui, sul mio Substack – il “mio” Substack: che cosa sto diventando? Donald Trump? -, al massimo potete accusarmi di essere noioso. Sono stato noioso?

Sì, secondo Oliver sono stato noioso.

Il costante ricatto dello scherzo

There is surely a noticeable lack of passion in everything these days. Everyone can feel it, everyone is talking about it. Everything now is “cringe”, or “doing too much”, or “not that serious”. Actually, it is that serious.

Di questo passaggio del post di Ethel Cain, mettete da parte il tono assolutistico di chi fa grandi riflessioni intorno ad altrettanto grandi tendenze. Mettete da parte i vari “surely”, “everything” ed “everyone”. Il concetto, seppur vago – ma stiamo parlando di un’artista, non di una sociologa -, rimane: sui social, ma anche fuori dai social – e non serve scomodi il solito Luciano Floridi per ricordare che non esiste un vero e proprio confine tra online e offline -, il nostro tono di voce è sempre più quello del distacco.

Viviamo delle esperienze, ne catturiamo svariati momenti con i nostri smartphone, condividiamo quei momenti su Instagram attraverso lunghi caroselli, ma l’unica didascalia che riusciamo a scrivere è “sono solo un ragazzo nel chill”. Il mondo ci dà argomenti di conversazione con una frequenza che definirei feroce, eppure agli aperitivi con i colleghi o alle cene in famiglia non facciamo che raccontare versioni caricaturali delle nostre vite e suggerire serie televisive per spegnere il cervello. Ci pensa Ethel Cain, ad anticipare una critica che sento arrivare come un cavallo al galoppo:

I make jokes about my own art. But when the joke dies, yet continues to grow, and spread, and finds its way back to me both on the internet and off for months (or, God forbid, years) to come, I can’t help but say to myself “What the fuck is happening?”.

Secondo l’artista, la forma più comune che assume il distacco del quale abbiamo parlato è lo scherzo, e lo scherzo non è mai un problema in sé – figuriamoci -, ma lo diventa quando sbarra la strada a qualsiasi altra modalità comunicativa, quando non lascia alle nostre passioni lo spazio per emergere, quando riduce temi complessi a mero intrattenimento, come viene raccontato in un altro passaggio del post:

I get asked about when I’m dropping Preacher’s Daughter vinyl en masse in response to my Palestine fundraiser links. It’s everywhere and it’s inescapable. No one can be serious for even two seconds.

È vero, Perverts è un disco profondamente cupo e brani come Pulldrone, con le sue distorsioni disperate e senza soluzione di continuità, lasciano intravedere una vena di autocompiacimento. Tuttavia l’album di Ethel Cain ha il grande merito di mostrarci quanto sia prezioso non cedere al costante ricatto dello scherzo, soprattutto quando evitarlo permette di estrarre bellezza dall’oscurità.

Le cavie di Elon Musk

A proposito di oscurità, avrete sicuramente visto il video di Elon Musk che, durante la cerimonia di insediamento di Donald Trump, fa un gesto che ricorda il saluto romano. Dietro a quel “ricorda” si nasconde tutta la strategia di Musk, che, dopo aver brillantemente portato a termine la prima fase dell’esperimento di Pavlov – quella del campanello e della ricompensa, polarizzando l’opinione pubblica mondiale in cambio di scariche di dopamina attraverso il suo social X -, si prepara alla fase successiva, quella del solo campanello: ogni sua parola, ogni suo gesto, indipendentemente dal fatto che venga messo in atto su X o a un insediamento presidenziale, provoca la nostra salivazione.

Ma “la nostra”, di chi? Il punto è proprio questo: l’esperimento di Pavlov prevede la presenza dello sperimentatore, del cibo e del campanello, ma non dobbiamo dimenticare la cavia. E nel caso del saluto romano di Musk, di cavie salivanti, se ne sono viste da destra a sinistra. Prendete questo screenshot di un reel che mi ha mostrato mia moglie (simpatico: da quando ho abbandonato i social, le persone che vogliono farmi vedere contenuti su Instagram e compagnia cantante mi mandano screenshot o registrazioni dello schermo).

Il reel è stato pubblicato da un’attivista molto presente sui social, nota per il suo disprezzo verso il sovranismo. Qual è, dunque, il problema? Sicuramente non il fatto che critichi il sovranismo, Elon Musk o il saluto romano: rientra pienamente nella sua libertà di pensiero. Né il problema è rappresentato dal fatto che esprima queste opinioni sui social; almeno, non è un problema di per sé. Il vero problema, anzi, i veri problemi sono due.

Il primo è che, in questo modo, ha dato il suo piccolo contributo all’esperimento pavloviano di Musk: il campanello è suonato (Musk ha compiuto un gesto polarizzante) e la cavia ha salivato (l’utente social, anzi, l’attivista social si è polarizzata). Il secondo problema è che la cavia non aspettava altro che salivare. Con ciò non intendo descrivere l’attivista in questione come una figura aggressiva e armata di coltello tra i denti, ma constatare che sui social, in particolare su Instagram, esiste una schiera di creator che basa la propria visibilità sull’opposizione al conservatorismo, alla destra, ai nazionalismi.

Nemmeno questo è un problema di per sé, ma lo diventa quando, limitandosi a puntare il dito contro qualcuno o qualcosa, si catalizza l’attenzione dell’opinione pubblica su quel bersaglio e si perde l’opportunità di costruire interesse intorno alle proprie proposte. È ovvio che la responsabilità di questa inefficienza non può essere imputata ai creator, quantomeno non in prima battuta, ma va trovata nell’incapacità della sinistra e dei partiti progressisti di dialogare con il mondo contemporaneo. Tuttavia, ogni volta che faccio questo tipo di riflessioni, una domanda continua a tormentarmi: si tratta di incapacità o di impossibilità? Una proposta politica complessa, proiettata verso il futuro come quella progressista può trovare spazio in un mondo dominato dalla paura, dalla polarizzazione e dalla semplificazione estrema?

Forse è il caso di provare a rispondere a questa domanda nella prossima newsletter, dato che anche stavolta sono andato lunghissimo. Cose che, e poi ci salutiamo.

Io: «Non so che immagine inserire dopo questo paragrafo». Mia moglie: «Leggi il paragrafo». Io: «… ma lo diventa quando, limitandosi a puntare il dito contro qualcuno o qualcosa…» Mia moglie: «Hai presente il meme della donna che punta il dito contro il gatto?». Eccoci qua.

Cose che

Ho ascoltato

Nella newsletter di questa settimana ho parlato di musica in abbondanza, ma non posso farci niente se venerdì è uscito il nuovo album di un’aliena che nei primi due dischi ha fatto ottime cose ma non particolarmente innovative, nel terzo si è molto divertita esplorando una certa leggerezza, mentre con quest’ultimo ha finalmente abbracciato la sua natura di androide dal gusto musicale sopraffino. È uscito, insomma, EUSEXUA di FKA twigs, che, se non avesse quel maledetto featuring con la figlia di quel matto con i soldi, sarebbe un disco incredibile.

Ho letto

Sto continuando a leggere Stiamo sprecando internet di Antonio Pavolini, che avvicinandosi alla metà assume un tono da manuale universitario. Non è necessariamente un difetto; lo dico solo perché, mentre lo leggevo, mi sembrava di essere tornato agli anni dell’università – anni perlopiù belli e stimolanti, per me. Certamente fa una cosa interessante, questo libro: cerca di scovare e analizzare gli spazi online non ancora colonizzati dalle cosiddette Big Tech, con l’obiettivo – se non ho capito male – di vedere se esiste ancora un’Internet in cui si respira, in cui non si venga soffocati dalla pubblicità, in cui gli algoritmi non ci facciano litigare. La prossima volta che ci sentiamo, mi sa, l’avrò recensito su Goodreads. Vi aggiorno.

Ho visto

Prosegue la mia discesa nella tana di quel talentuosissimo Bianconiglio che è Billy Wilder. Questa settimana ho visto Testimone d’accusa, che ho commentato su Letterboxd. Oltre a questo e L’appartamento, purtroppo le piattaforme non offrono altri film di Wilder compresi negli abbonamenti, ma un amico mi ha promesso il DVD di A qualcuno piace caldo. Quando lo guarderò, sarà il mio primo film con Marilyn Monroe. Meglio tardi che mai.


Fine. Ci sentiamo quando avrò qualcosa da dire: potrebbe essere domani, potrebbe non essere mai più. Ciao!

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